Death Stranding 2: On The Beach, il videogioco di Hideo Kojima che riflette e critica il mondo reale

Fabrizia Malgieri
|63 giorni fa
Death Stranding 2 - © Libertà/Fabrizia Malgieri
Death Stranding 2 - © Libertà/Fabrizia Malgieri
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«Per coloro che verranno dopo. Il futuro dipinto da “Death Stranding” nel 2019 era tutt’altro che accogliente: il videogioco sviluppato da Kojima Productions – lo studio nipponico fondato dall’autore Hideo Kojima, padre della serie “Metal Gear Solid” – mostrava ai giocatori uno scenario apocalittico devastante, dove i (pochi) sopravvissuti erano costretti a vivere in piccole comunità completamente isolate l’una dall’altra, e nella più totale paura. Paura di entità spaventose, dette CA (Creature Arenate), che altro non sono anime di defunti che non hanno mai potuto raggiungere l’aldilà, e che sono intrappolate in una non-vita/non-morte sulla Terra.
Le speranze erano tutte riposte in un solo uomo, un semplice spedizioniere di nome Sam Porter Bridges (omen nomen, verrebbe da dire), il quale, dotato di poteri speciali (Dooms) che gli permettono di percepire le CA, viene incaricato dalla Presidentessa delle United Cities of America (UCA) di riconnettere le varie parti del Nord America, attraverso la consegna di carichi e attivando un’infrastruttura di ricongiungimento, detta rete chirale. Connessioni, altruismo, collaborazione: è su questi temi universali, ma oggi più attuali che mai, che si sviluppa e si dipana l’intera esperienza di gioco, sopraggiungendo in modo quasi profetico a pochi mesi dall’inizio della pandemia di Covid-19 – la stessa che ci avrebbe separato, disunito e spaventato proprio come il “death stranding” del mondo fittizio di Hideo Kojima. Temi che non si riflettono solo nel comparto narrativo, ma che trovano traccia tangibile anche nelle sue meccaniche di gioco: parte del titolo, infatti, si fonda sul cosiddetto gameplay asimmetrico, attraverso cui i giocatori – pur non essendo connessi contemporaneamente alla rete (internet) del gioco – possono collaborare a distanza, contribuendo insieme a costruire ponti, scale, equipaggiamenti e strutture per facilitare il percorso di altri giocatori – per quelli che verranno dopo di noi, appunto.
Non c’è egoismo nella logica di “Death Stranding”: se lo stesso protagonista decide di lanciarsi in questa avventura sacrificando la sua stessa esistenza, gli stessi utenti sono invitati a partecipare ad un rito collettivo, con cui si invita a salvare l’umanità dalla sua estinzione. Ma non tutti hanno amato “Death Stranding”, va detto: anzi, l’esperienza pubblicata a ridosso di una pandemia globale ha generato sentimenti contrastanti, ha spezzato in due la comunità dei giocatori, tra chi ha saputo (o più semplicemente voluto) decodificare e introiettare il messaggio profondo insito nell’opera dell’autore giapponese, e chi invece ha visto in esso un titolo tedioso, incapace di regalarti quel senso di intrattenimento per cui i giochi digitali sono nati. Perché, alla fine, è così che funziona con i capolavori, non è così? Non devono e non possono piacere a tutti – e a dispetto dei temi che tratta, “Death Stranding” divide perché è così che funziona il mondo di oggi.
Non sorprende che “Death Stranding 2: On the Beach” – sequel del videogioco pubblicato nel 2019 e uscito in esclusiva su PlayStation 5 proprio in queste ore – stia sortendo lo stesso sentiment del primo capitolo e che, soprattutto, parli proprio di questo: della nostra innata incapacità a voler restare uniti. Ancora una volta, Kojima si fa vate e profeta della contemporaneità: mentre il mondo (reale) è sull’orlo di una Terza Guerra Mondiale, dove i Grandi della Terra giocano pericolosamente con equilibri internazionali, “On the Beach” riflette su quello che stiamo diventando o su ciò che, con ostinazione, continuiamo a non voler cambiare di noi stessi. In un filmato del gioco, in cui (ri)compare Higgs – il potente antagonista del primo gioco, e che non a caso si chiama proprio come la celebre “particella di Dio” – l’entità si lascia andare ad un’osservazione importante, che arriva dritta come un pugno allo stomaco di chi trattiene il controller tra le mani. Parafrasando, Higgs sostiene che gli uomini sono destinati a non cambiare mai, ma continueranno ad abbracciare assiduamente armi e violenza come unica forma di espressione di sé, perché, in fin dei conti, è ciò che importa loro maggiormente: prevalere sull’altro, in un’eterna lotta alla supremazia.
È un futuro cupo quello che ci viene raccontato in “Death Stranding 2”, per certi versi ancora più oscuro rispetto a quello immaginato nel primo capitolo: se nell’esperienza del 2019 la fiducia era riposta tutta nella costruzione di una rete chirale, capace di riunire e raccogliere intorno a sé comunità sempre più lontane, in questa iterazione – seppur ci sia una progettualità di espansione ad unire nuovi mondi sempre più lontani e irraggiungibili – cambiano gli intenti. Fino in fondo, la percezione che il giocatore ha nei panni di Sam Porter Bridges è quella di essere una pedina nelle mani di uomini e donne potenti, che inseguono l’impossibile per dimostrare quanto siano invincibili. C’è dicotomia tra quello che vediamo e quello che sentiamo giocando: se il mondo che ci circonda sembra rinvigorirsi, riempiendosi di luce e nuovi biomi ricchi di flora e fauna diversificati (e questo anche grazie all’eccellente uso del motore grafico Decima, che rende l’ambientazione del gioco incredibilmente realistica), è impossibile non accorgersi dell’oscurità (morale) che lo avvolge. Se è vero che in “Death Stranding” c’era quanto meno una speranza di salvezza per il mondo e l’umanità tutta, in “On the Beach” la sensazione è quella di sentirsi costantemente inermi, assistere come spettatori silenziosi alla caduta inesorabile di quello che ci attornia. “Death Stranding 2: On the Beach” non ha timore di parlare di lutto, di salute mentale, di suicidio, di morte; ma nonostante la negatività dei temi che tocca, che permeano inesorabilmente tutta l’esperienza di gioco, sorprende la maturità e la delicatezza con cui Kojima, maestro dai guanti bianchi, è in grado di maneggiarli con cura. Come in tutte le sue opere, l’autore nipponico non desidera in alcun modo fornire delle risposte: sta alla sensibilità del giocatore, ma soprattutto alla sua volontà di esserne consapevole, provare a dare un senso alle tante domande che si susseguono atto dopo atto, capitolo dopo capitolo, all’interno del viaggio esperienziale offerto in “Death Stranding 2”. Perché “On the Beach” è e resta ancora una volta un videogioco che ruota attorno al tema del viaggio, che non è solo da intendere come “spostamento fisico” da un luogo ad un altro in cui Sam porta con sé i suoi numerosi pacchi da consegnare, ma soprattutto come un’esperienza di crescita interiore. Non saremo le stesse persone quando inizieranno a scorrere i titoli di coda di “Death Stranding 2: On the Beach” rispetto a quelle che hanno avviato il gioco la prima volta: l’opera di Kojima è in grado di far compiere un percorso mentale come poche altre esperienze di gioco al giorno d’oggi, in cui saremo diversi in modo inevitabile. Viaggiare per guardarsi dentro, percorrere una tappa dopo l’altra per crescere e trasformarsi. E li chiamano ancora solo “giochini” elettronici.