La nuova Barbie con autismo divide: inclusione reale o operazione di marketing?
L'inclusiva bambola di Mattel arriva con buone intenzioni, ma suscita qualche perplessità
Fabrizia Malgieri
|5 giorni fa

Barbie con autismo: sguardo un po' sfuggente, un tablet per comunicare e indumenti morbidi- © Libertà/Fabrizia Malgieri
“Con Barbie puoi essere tutto ciò che desideri”. Un claim potente che la Mattel – la celebre azienda di giocattoli statunitense – ha oramai adottato da qualche anno per la sua bambola più famosa. Già, perché – dopo essere stata per decenni al centro di numerose polemiche, soprattutto per via dell’immagine fortemente stereotipata che ha offerto dell’universo femminile nel corso della sua storia – Barbie ha assistito ad un’importante metamorfosi. Negli ultimi anni, infatti, è diventata un simbolo importante di empowerment femminile, che viene trasmesso alle bambine e ai bambini sin dalla più tenera età: niente più ruoli prestabiliti o archetipici, oggi le bambine hanno la libertà di aspirare a diventare ciò vogliono, senza porre limiti alla propria fantasia. Pompieri, meccaniche, astronaute, scienziate, insegnanti, dottoresse: Barbie oggi indossa molte maschere per permettere alle giovanissime di riconoscersi in ruoli differenti, lasciando loro il potere di essere tutto ciò che desiderano.
Ma non solo: l’impegno che ha caratterizzato Mattel negli ultimi tempi è quello di trasmettere, attraverso la sua bambola, messaggi di inclusione, permettendo alle bambine non solo di “pensarsi libere”, ma anche di sentirsi sempre parte di un gruppo unito, senza mai percepire alcuna differenza rispetto alle proprie coetanee. È per questa ragione, infatti, che oggi esistono Barbie con diverse conformazioni fisiche, Barbie in sedia a rotelle, Barbie con Sindrome di Down (trisomia 21), Barbie con diabete di tipo 1 o, come annunciato pochi giorni fa, anche una Barbie con autismo. In tutti questi casi, il mantra è uno solo: ogni bambina o bambino, giocando con le Barbie, deve sentirsi incluso, ma al tempo stesso deve poter celebrare la sua “diversità” come parte integrante della sua identità.
Come detto, il nuovo modello di Barbie punta a celebrare e a offrire una migliore rappresentazione mediatica delle persone con autismo. Affinché le caratteristiche della nuova bambola fossero autentiche e non stereotipate, Mattel ha scelto di collaborare a stretto contatto con l’Autistic self advocacy network, un’organizzazione no-profit che lavora assiduamente affinché venga offerta una migliore rappresentazione mediatica delle persone con autismo, e al tempo stesso salvaguardarne i diritti. Per questa ragione, gli occhi della nuova bambola sono spostati leggermente di lato – e questo perché alcune persone con autismo tendono a evitare il contatto visivo diretto con gli altri. Non solo: questo nuovo modello presenta gomiti e polsi articolati per consentire gestualità che alcune persone autistiche usano per elaborare le informazioni sensoriali o esprimere eccitazione – il cosiddetto “stimming”. Anche gli abiti sono stati realizzati in virtù delle reali esigenze delle persone autistiche: come spiegato da uno dei collaboratori dell’iniziativa, Noor Pervez, la nuova Barbie indossa abiti studiati nel minimo dettaglio, e questo perché alcune persone con autismo tendono ad essere particolarmente sensibili alla sensazione delle cuciture del tessuto, mentre altre preferiscono che siano maggiormente aderenti per percepire meglio la posizione del corpo. Per questa ragione, si è deciso di adottare un abito a trapezio con maniche corte e una gonna morbida che riduce il contatto tra tessuto e pelle. La bambola indossa anche scarpe basse per favorire la stabilità e il movimento, come conferma un portavoce di Mattel, anche questo per abbracciare le necessità reali delle persone autistiche. Infine, Barbie indossa anche delle cuffie anti-rumore e porta con sé un tablet, in quanto questo dispositivo viene spesso utilizzato da persone con autismo per facilitare la comunicazione, così come un fidget-spinner, uno strumento adottato da chi ha l’autismo per diminuire lo stress.
Ma non solo: l’impegno che ha caratterizzato Mattel negli ultimi tempi è quello di trasmettere, attraverso la sua bambola, messaggi di inclusione, permettendo alle bambine non solo di “pensarsi libere”, ma anche di sentirsi sempre parte di un gruppo unito, senza mai percepire alcuna differenza rispetto alle proprie coetanee. È per questa ragione, infatti, che oggi esistono Barbie con diverse conformazioni fisiche, Barbie in sedia a rotelle, Barbie con Sindrome di Down (trisomia 21), Barbie con diabete di tipo 1 o, come annunciato pochi giorni fa, anche una Barbie con autismo. In tutti questi casi, il mantra è uno solo: ogni bambina o bambino, giocando con le Barbie, deve sentirsi incluso, ma al tempo stesso deve poter celebrare la sua “diversità” come parte integrante della sua identità.
Come detto, il nuovo modello di Barbie punta a celebrare e a offrire una migliore rappresentazione mediatica delle persone con autismo. Affinché le caratteristiche della nuova bambola fossero autentiche e non stereotipate, Mattel ha scelto di collaborare a stretto contatto con l’Autistic self advocacy network, un’organizzazione no-profit che lavora assiduamente affinché venga offerta una migliore rappresentazione mediatica delle persone con autismo, e al tempo stesso salvaguardarne i diritti. Per questa ragione, gli occhi della nuova bambola sono spostati leggermente di lato – e questo perché alcune persone con autismo tendono a evitare il contatto visivo diretto con gli altri. Non solo: questo nuovo modello presenta gomiti e polsi articolati per consentire gestualità che alcune persone autistiche usano per elaborare le informazioni sensoriali o esprimere eccitazione – il cosiddetto “stimming”. Anche gli abiti sono stati realizzati in virtù delle reali esigenze delle persone autistiche: come spiegato da uno dei collaboratori dell’iniziativa, Noor Pervez, la nuova Barbie indossa abiti studiati nel minimo dettaglio, e questo perché alcune persone con autismo tendono ad essere particolarmente sensibili alla sensazione delle cuciture del tessuto, mentre altre preferiscono che siano maggiormente aderenti per percepire meglio la posizione del corpo. Per questa ragione, si è deciso di adottare un abito a trapezio con maniche corte e una gonna morbida che riduce il contatto tra tessuto e pelle. La bambola indossa anche scarpe basse per favorire la stabilità e il movimento, come conferma un portavoce di Mattel, anche questo per abbracciare le necessità reali delle persone autistiche. Infine, Barbie indossa anche delle cuffie anti-rumore e porta con sé un tablet, in quanto questo dispositivo viene spesso utilizzato da persone con autismo per facilitare la comunicazione, così come un fidget-spinner, uno strumento adottato da chi ha l’autismo per diminuire lo stress.

Seppur il progetto sia stato accolto con entusiasmo da diverse parti, non ha mancato di dividere l’opinione pubblica, così come sollevare perplessità da parte di alcune associazioni, soprattutto da noi in Italia. C’è chi, ad esempio, come Stefania Stellino (Presidente della sezione Lazio dell’Angsa, Associazione Nazionale persone con Soggetti Autistici), che in un’intervista con il quotidiano “La Repubblica” non ha mancato di contestare l’iniziativa: «Uno spettacolo grottesco: hanno creato una specie di prototipo dell’autismo, mettendo in una sola bambola stereotipi che riguardano persone diversissime tra di loro. Prendiamo lo sguardo. Barbie è stata costruita con gli occhi divergenti, perché, è lo stereotipo, gli autistici non agganciano lo sguardo. Ho due figli con questa disabilità. Mia figlia non guarda negli occhi, mio figlio si esprime con gli occhi. Capite? Oppure le mani, altro segnale distintivo. C’è chi le agita, chi no. A me questa bambola fa impressione. Non nego le buone intenzioni, ma il risultato ha qualcosa di mostruoso».
Anche secondo il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti – a sua volta genitore di un figlio autistico – la bambola di Mattel non offrirebbe una rappresentazione adeguata: «[La Barbie] edulcora la realtà e congela gli stereotipi con un modello finto di disabilità, fashion, carino e sorridente», andando a smussare quelli che, in realtà, sono gli aspetti più complessi dell’autismo. Il rischio, come si evince dalle parti più critiche nei confronti di questa iniziativa, è che si trasformi quelle che sono le reali difficoltà di chi ogni giorno combatte con questa condizione in una mossa di marketing, andando a depauperare quelle che sono le problematiche ad essa legate. Indubbiamente, la nuova Barbie si colloca in una zona grigia, sospesa tra l’intento sincero di promuovere inclusione e il rischio di semplificare una realtà estremamente eterogenea. Se da un lato l’iniziativa di Mattel rappresenta un passo importante verso una maggiore “normalizzazione” della diversità, dall’altro solleva interrogativi legittimi su come questa venga raccontata e tradotta in un prodotto commerciale.
La sfida, oggi più che mai, non è solo “rappresentare”, ma farlo in modo responsabile, evitando di cristallizzare esperienze plurali in immagini univoche. Barbie, simbolo per eccellenza dell’immaginario collettivo, ha il potere di influenzare lo sguardo delle nuove generazioni: sta alla società, nel suo insieme, vigilare affinché questo potere venga usato per aprire spazi di comprensione reale, e non per chiuderli dentro nuove, seppur con buone intenzioni, forme di stereotipo.
Anche secondo il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti – a sua volta genitore di un figlio autistico – la bambola di Mattel non offrirebbe una rappresentazione adeguata: «[La Barbie] edulcora la realtà e congela gli stereotipi con un modello finto di disabilità, fashion, carino e sorridente», andando a smussare quelli che, in realtà, sono gli aspetti più complessi dell’autismo. Il rischio, come si evince dalle parti più critiche nei confronti di questa iniziativa, è che si trasformi quelle che sono le reali difficoltà di chi ogni giorno combatte con questa condizione in una mossa di marketing, andando a depauperare quelle che sono le problematiche ad essa legate. Indubbiamente, la nuova Barbie si colloca in una zona grigia, sospesa tra l’intento sincero di promuovere inclusione e il rischio di semplificare una realtà estremamente eterogenea. Se da un lato l’iniziativa di Mattel rappresenta un passo importante verso una maggiore “normalizzazione” della diversità, dall’altro solleva interrogativi legittimi su come questa venga raccontata e tradotta in un prodotto commerciale.
La sfida, oggi più che mai, non è solo “rappresentare”, ma farlo in modo responsabile, evitando di cristallizzare esperienze plurali in immagini univoche. Barbie, simbolo per eccellenza dell’immaginario collettivo, ha il potere di influenzare lo sguardo delle nuove generazioni: sta alla società, nel suo insieme, vigilare affinché questo potere venga usato per aprire spazi di comprensione reale, e non per chiuderli dentro nuove, seppur con buone intenzioni, forme di stereotipo.

