Micalizzi in Libano tra bombe e paura: "Ma il mondo è anestetizzato a tutto"
Redazione Online
|1 anno fa

Gabriele Micalizzi è tornato, questa volta dal Libano che conta 2.700 vittime in un mese e le altre sbriciolate che sfuggono al macabro pallottoliere. Vent’anni di guerra, per il fotoreporter. Di guerre. Una falange in meno dopo la Siria e un timpano che causa esplosioni fa ancora fatica a sentire (“Mi ripeti?”, chiede), il chiodo fisso del dover raccontare lontano dai “miti di carta”, come chiama chi al fronte vuole invece farsi vedere a tutti i costi.
“Alcuni e alcune sono malati di ego”. Lui, invece, lo fa per gli amici reporter persi sul campo (Andy Rocchelli in Ucraina, per dirne uno di cui ancora si aspetta giustizia e per il quale lo stesso Micalizzi è nella blacklist del Paese), due figlie che s’affacciano all’adolescenza (“Quando le guardo penso che essere padre è bellissimo”), la casa a Pianello e il collettivo di fotografia che è l’altro figlio, Cesura, in via Campo Sportivo.
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